ARMANDO ILACQUA di Gian Pietro FAZION


Dalla complessità problematico-operativa cui Ilacqua e' oggi giunto e' possibile districare un nucleo centrale, quello della solitudine dell'uomo nella civiltà tecnologica,che , pur svolgendosi e complessificandosi continuamente,e' anche il punto di partenza meditativo-creativo di tutta la sua opera. Sarebbe stato facile,con questi assunti e nel tentativo di uscire completamente da una società tecnologica,entrare nell'utopia anche operativa di una società ideologica,mantenendo la denuncia a livello del manifesto. Non che Ilacqua non creda in una alternativa al sistema attuale : soltanto insinua il dubbio che,mantenuta in termini esclusivamente razionali e materialistici,questa ideologia per altri versi positiva possa rivelarsi poi non globalmente liberatoria per l'uomo.
Dalla realtà che lo circonda egli inizialmente ha estratto alcuni oggetti futili e se ne e' servito per evidenziare,in sequenze più narrative che ritmiche,la banalità dell'esistenza "senza dimensione". L'uomo (non uomo,figura,oggetto di una fabulazione non sua) veniva colto nella sua natura ormai funzionale-oggettuale: funzione e oggettualità ironizzati,scoperti in una dimensione pietrificata e atemporale.tra ambigui bagliori di luci che ne rivelano l'atomizzazione e la frantumazione psico-biologica: creature silenti dentro cieli di cristalli.
Malgrado la chiarezza del discorso (o forse a causa di essa), Ilacqua si e' reso conto che in quel modo si poteva facilmente cadere nel manifesto e nella didascalia descrittiva: lo scotto da pagare per questa leggibilità immediata sarebbe stato la vanificazione,per usura consumistica,della denuncia proposta,del discorso da fare.
Oggi egli ha conseguentemente eliminato la figura (ma il senso di solitudine e' aumentato,tra i bagliori indecisi di esistenze impossibili dentro -dietro ? - i suoi pannelli), accentuando il senso ritmico dei suoi ideogrammi: catene ritmiche o precipitazioni cinetico - visuali,cadute nel vuoto come in una fisica presocratica. Ed e' da queste memorie culturali lontane ma attuali che gli deriva il senso di libertà improvvisa (il libero clinamen epicureo o il casuale scontro-incontro democriteo), la rottura della catena e degli schemi,la manifestazione portante e ineliminabile della vita colta nelle sue componenti individuali e indeterminabili,al di la' di ogni rigido sistema tecnologico, oltre lo spirito della "contabilizzazione" del mondo.
Più che di simbolismo parlerei poi della instaurazione di una ambiguità nei rapporti spazio-tempo-luce che mette in crisi, attraverso entità diaframmatiche (ma anche osmotico-magiche),sia i tempi e i modi di lettura, che la rigidità e le frigidità stesse dei mezzi usati (plexiglass,perspex,acrilici ecc.).
Attraverso soluzioni anche estetiche, e' il senso di instabilità di tutti i rapporti razionali che Ilacqua vuole comunicarci: ci dice che al di là di questi c'e' un tempo perduto e un ritmo dell'anima, che egli però non vuole descriverci, pena la vanificazione del discorso stesso.
Ho provato ad osservare a lungo i suoi pannelli : nel lento (velocissimo ? ) pulsare del tempo, tra l'ambiguità spazio-luminosa, si perde il senso del reale,come in una prova magica, e il d e n t r o e il f u o r i non hanno più significato alcuno.
Per citare le lievi parole del sogno di Chuangtse : ".... ora,io non so se ero allora un uomo che sognava di essere farfalla,o se io sono una farfalla, che sogna di essere un uomo".
E ti vien voglia, questi pannelli,di sventrarli, di aprirli in ogni modo: ma ti trattiene, improvvisamente, la paura del vuoto. Così, sulla soglia del nulla, il non - agire diventa un atto di fede.

Gian Pietro FAZION
Milano 1969